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Pokémon: le verità nascoste

Era una mattina come tante altre a Saffron City, una leggera brezza accarezzava i platani di un vialetto mentre i Fearow gracchiavano sui tetti delle case; erano le quattro di mattina e tutto sembrava avvolto dalla magia di quella mattina di fine maggio, solo qualche automobile sfrecciava nel viale allontanandosi velocemente. Io, immerso nei miei pensieri, non facevo caso a nessuna di queste cose, pensavo ancora al mio ingrato compito che la settimana prima mi aveva affidato una conturbante segretaria recatasi nel mio ufficio, un compito dei più difficili. La donna mi aveva spiegato che la comunità scientifica era stata turbata dalla improvvisa scomparsa di alcuni eminenti scienziati che stavano lavorando a degli studi sulla clonazione: all’inizio avevo deciso di non accettare e di convincerla a lasciare il caso ad un’altra persona, poi però la valigetta piena di fruscianti banconote fece svanire ogni mio dubbio e accettai. Cominciavo però a chiedermi se non fosse stato un errore... avevo pochissimi indizi, un foglio di carta con un numero di telefono e l'indirizzo dei parenti di uno degli scienziati e un piccolo appunto che uno dell’equipe di ricerca aveva lasciato nel suo studio prima di partire per un viaggio da cui non avrebbe fatto ritorno; quest’ultimo non lo ritenevo nemmeno un indizio, era un pezzo di carta unto e rovinato che non lasciava trasparire alcuna scrittura a parte una M che sembrava scritta con una mano malferma per l’emozione.
Fu un ragazzo a svegliarmi dal mio torpore intellettuale.
"Scusi, mi sa indicare la palestra di Saffron?" lo guardai, era abbigliato con una maglietta nera e blu, dei pantaloncini corti ed il solito berretto con la visiera voltata all’indietro... quasi una moda per gli allenatori.
"La palestra dovrebbe trovarsi dopo quell’ incrocio," dissi con voce assente.
"Grazie tante," mi rispose con una voce squillante e felice. Lo guardai allontanarsi: aveva sei sfere Pokè alla cintura e prima mi era parso di notare 4 medaglie sulla sua maglietta, se le teneva così in mostra significava che era molto sicuro di sé... ad un tratto mi tornò in mente di quando avevo cinque anni e guardavo incantato alla TV gli incontri della Lega… ah, era il mio sogno diventare allenatore; ma i miei genitori non vollero lasciarmi andare, così frequentai la scuola vicino alla mia città e appena uscito dall’università provai a frequentare l’accademia di polizia, fu un disastro... così me ne tornai sconfitto a casa dove mio padre, ricordo benissimo, mi fece pestare dal suo Machoke... rammento ancora il tremendo dolore dei colpi del Pokèmon. Grazie ai soldi che un mio zio mi prestò poi però riuscii ad aprire la mia agenzia investigativa, all’inizio i casi erano rari e banali. Il primo fu di ritrovare il Bellsprout di compagnia di una vicina... oddio per ritrovarlo dovetti infilarmi uno stretto cunicolo e quando uscii mi resi conto di essere nella cuccia di un Growlithe che per poco non mi ustionò con le sue fiamme.
L’arrivo di una macchina con a bordo tre teppisti mi risvegliò dai miei pensieri appena in tempo prima che l’auto rossa fiammante mi investisse. Non so quanti insulti gli tirai, ma appena mi fui ripreso dallo shock me ne venne un altro guardando l’ orologio... era tardissimo! Dovevo immediatamente telefonare al numero che la mia cliente mi aveva dato. In fretta e furia cercai un telefono pubblico, non trovai nulla ma poi mi ricordai che in un Centro Pokèmon ce n’era sempre uno. Entrai in fretta e furia chiedendo sgarbatamente all’infermiera dove fosse il telefono: lei e il suo Chansey mi guardarono in un modo che non dimenticherò mai. Appena arrivato al telefono questo squillò con la sua solita, stupida suoneria.
"Drin, drin, drin telefonata." Ancora oggi mi chiedo quando la cambieranno... risposi; era un idiota che faceva uno scherzo, lo maledissi mille volte e poi composi il numero con una febbrile fretta. Sbagliai numero tre volte e poi azzeccai, una soave voce femminile rispose all’ apparecchio:
"Chi è?" disse l’angelica ragazza.
"Ehm, sono un vecchio amico di tuo padre, lui è in casa?" una bugia immensa , mi dispiacque mentirle ma dovevo crearmi una copertura.
"Ecco, mio padre è..." una lunga pausa, sapevo già cosa avrebbe risposto, suo padre era morto. La ragazza scoppiò in un sonoro pianto e lasciò cadere la cornetta, che fu raccolta da una donna adulta: probabilmente la madre, da come avevo intuito dal tono della voce.
"Perdonate la reazione di mia figlia, ma..."
"Signora, cosa è accaduto a suo marito?" dovevo continuare a fingere di non sapere nulla.>br /> "Ecco, mio marito è morto..."
"Ah, veramente? Mi dispiace, non lo sapevo! È da tanto che non lo sentivo... potrei venire da voi un momento? Vorrei farvi le mie condoglianze."
"Va bene, venga pure." Nonostante questa farsa facesse parte del mio lavoro mi sentii un verme a ingannare una famiglia scossa dal dolore, era ormai passato quasi un anno dalla scomparsa dell’equipe di ricercatori e ancora nessuno era riuscito a fare luce su quel mistero... dovevo essere io a scoprire l’amara verità.
Presi la mia macchina e in un’ora raggiunsi la casa del defunto scienziato. Scesi dall’auto e mi guardai intorno, la casa era piuttosto grande e circondata da un giardinetto ben curato nel cui centro spiccava una fontana raffigurante un Lapras. Mi incamminai verso la porta e suonai. La porta si aprì e mi trovai davanti uno statuario uomo che probabilmente era il maggiordomo.
"Il signore era atteso, prego da questa parte." Entrai in casa e ammirai le splendide statue di Pokèmon sparse qua e là. Il maggiordomo mi portò fino all’entrata di una piccola serra in un giardino interno della casa. "La signora la riceverà entro qualche minuto, attenda prego." Mi sedetti su una delle sedie sotto una piccola tettoia, ripassando mentalmente ciò che avrei dovuto dire, quando mi si avvicinò una ragazza bionda sui sedici anni.
"Mi scusi , posso chiederle alcune cose?" mi chiese con voce flebile.
"Ma certo," risposi io un po’ imbarazzato. La ragazza si sedette guardandomi con occhi lucenti, sembrava una creatura ultraterrena e mi guardava con innocenza. Pensai che ormai al giorno d’oggi se ne trovano poche di ragazze così.
"Da quanto conosce mio padre?" chiese con voce scossa dall’emozione.
"Oh, beh, dai tempi dell’università, ci conosciamo da anni ma io mi ero trasferito a Johto per cui non ti ho mai conosciuto... ha proprio una bella figlia, complimenti."
"Grazie," rispose lei.
"Beh, qual’è il tuo nome?" le chiesi.
"Cecil."
"Beh, Cecil, dimmi, da quanto tuo padre è scomparso?"
"Da un anno, direi. L’ultima volta che l’ho sentito diceva che era sulla costa e stava lavorando duramente per le sue ricerche, aveva detto che mi avrebbe portato un regalo e invece non è più tornato..." vidi una lacrima scorrere sul suo viso, era una ragazza dal carattere molto dolce, la perdita del padre doveva essere stata una tremenda esperienza per lei.
"Sapevo che tuo padre stava lavorando come scienziato, ma le sue ultime ricerche su che cosa vertevano?"
"Mio padre lavorava sempre sulla clonazione, il suo sogno era di clonare un Pokèmon scomparso..."
"Quale Pokèmon?" chiesi.
"Beh, era rosa e con un musetto carino, fin da piccola me ne parlava... diceva che era il Pokémon dei sogni e che poteva rendere felice la gente, ma pochi erano riusciti a vederlo." Feci mente locale nelle mie conoscenze da allenatore mancato: rosa... carino... Lickitung? No, non credo. Jigglipuff? No neanche quello; stavo per chiedere chiarimenti alla giovane quando sua madre interruppe il nostro discorso.
"Cecil, è ora delle tue lezioni di canto," disse la donna con tono autoritario.
"Va bene mamma," rispose la ragazza allontanandosi velocemente.
"Cosa sa di mio marito?" La donna era tutto il contrario della figlia, decisa, testarda e autoritaria… famiglia bizzarra.
"Beh, io non lo vedo più da alcuni anni... tempo fa gli avevo prestato un libro, vorrei riprenderlo."
"Ma certo, mi segua!" La donna mi condusse per varie sale e si arrestò davanti a un pesante portone in legno. "Ecco, qui c’è la roba di mio marito, cerchi pure il suo libro." Entrai... la stanza era enorme ed alle pareti c’erano immagini di un Pokèmon: guardai bene... ma era Mew! Ricordai che mia nonna mi narrava di questo Pokèmon spesso nelle favole, mi guardai intorno... tutte le pareti erano tappezzate di foto di una strana incisione, la guardai: sembrava antica, come estratta dalla roccia viva. Guardai verso una parete dove c’era una fotografia dell’equipe scomparsa, davanti ad un antico tempio nella giungla. Non erano archeologi, cosa diavolo ci facevano nella giungla vicino a quelle rovine? Vicino alla finestra trovai ciò che poteva essermi più utile: uno schedario! Con una fretta febbrile frugai tra le schede, molte delle quali erano fogli rovinati e pieni di disegni e scritte senza senso, poi il mio occhi si fermò su una scritta: 10 agosto, probabilmente un diario. Estrassi la pagina e lessi le righe sopra di esso, erano state scritte dallo scienziato a proposito di una scoperta fatta dai suoi colleghi nella giungla, parlava di una antica civiltà che aveva dedicato templi e monumenti ai Pokèmon, e quello che avevano trovato era consacrato a Mew.


Se quello che hanno trovato fosse quello che penso, potrei riuscire a clonare un Pokémon abbastanza forte da sopravvivere, quando i miei colleghi torneranno informerò subito...

Le altre righe erano state cancellate quasi di proposito, ma chi aveva potuto fare un cosa del genere? Stavo per cercare altre informazioni quando la donna che mi aveva atteso fuori dalla stanza mi richiamò.
"Allora, ha trovato il suo libro?"
"Certo, esco subito," presi il primo libro che trovavo e uscii. "Grazie, signora, le faccio le mie più sincere condoglianze per suo marito."
"Grazie, ha bisogno d’ altro?"
"No, devo andare ora." La donna incaricò il maggiordomo di accompagnarmi all’ uscita, la porta della casa si richiuse e io pensai che quell’uomo dovesse essere stato pazzo a sposare una tipa così. Mentre frugavo tra le pagine del libro da una di esse scivolò via un foglio, lo presi e lo lessi: c’era scritto un indirizzo di Viridian City, guardai su una vecchissima guida turistica e trovai che conteneva una cartina di quella città, ed a questo indirizzo corrispondeva... la palestra. Mi chiesi cosa potesse avere la palestra in comune con la sfortunata sorte degli scienziati, il capopalestra della città era Giovanni, un uomo molto ricco e potente che era stato messo sotto inchiesta varie volte dalle autorità, che lo credevano responsabile di alcuni atti criminosi commessi dall’organizzazione criminale e terroristica conosciuta come il Team Rocket, accuse che erano sempre state smentite dalla sua armata di avvocati. Inserii le chiavi nel cruscotto e partii in fretta e furia per Viridian.
Lungo il viaggio mi beccai tre multe per eccesso di velocità oltre alle bastonate di una simpatica signora che stava attraversando la strada dove io stavo passando. Arrivai a Viridian e dopo un veloce spuntino mi incamminai verso l’entrata della palestra. Arrivato sentii due imperiose voci che mi fermarono.
"Fermo! Dove sta andando?" mi voltai, erano le guardie della palestra ed erano abbigliate in modo veramente strano: sapevo che Giovanni era sempre stato un eccentrico ma questi erano abbigliati con uno stile bizzarro, con un'armatura, e impugnavano una lancia, quasi come se stessero difendendo un castello.
"Devo vedere Giovanni!"
"Il capo non è qui, ora! E' in viaggio di lavoro, tornerà tra una settimana," stavo per andarmene quando un‘altra voce intimò alle guardie di togliersi dalla porta. Il portone si aprì ed io entrai, l’interno era riccamente decorato, l’arena era molto grande e assomigliava a una specie di stadio, dove in cima a una balconata rialzata c’era un grosso seggio, presumibilmente quello da cui Giovanni assisteva agli incontri.
"Avanti, venga nell’ufficio, prima porta a sinistra," disse la voce di prima. Seguii le istruzioni ed entrai nella stanza dove mi stava attendendo colui che mi aveva dato le istruzioni. "Si accomodi, prego," disse con voce melliflua il misterioso interlocutore. Davanti a me era seduto un ragazzo sui ventidue anni, che mi guardava con uno sguardo strano, mi metteva a disagio, doveva essere il sostituto di Giovanni ed aveva sulla faccia uno strano ghigno… come di qualcuno che stesse tramando qualcosa.
"Il signor Giovanni non c’è, ma se lei lascia il suo nominativo posso dirgli che lo stava cercand... ma non ha l’aria di essere un allenatore, cosa desidera dal signor Giovanni?"
"Ehm, vengo da Johto per trattare un affare urgente, mi chiamo Nick Render"
"Va bene, mister Render, glielo dirò." Guardandomi in giro per la stanza arredata a lusso vidi uno strano quadro: raffigurava una creatura che non avevo mai visto, ma il soggetto del ritratto era sfocato, forse per volere dell’artista.
"Che cosa raffigura quel quadro?" chiesi con voce assente.
"Oh, è un souvenir della costa. Il signor Giovanni lo riteneva carino e così l'ha acquistato, un bel pezzo d’arte venduto a poco prezzo, mi stupisco sempre del grande gusto artistico del signor Giovanni." Questo tipo non mi convinceva, sembrava che stesse nascondendo qualcosa... durante l’università avevo studiato arte, ma non avevo mai visto un soggetto simile... quello non era un semplice quadro acquistato da una bancarella di un artista consumato, l’artista doveva aver lavorato su commissione e sopratutto il soggetto doveva essere stato scelto da un cliente.
"Vogliate scusarmi, devo proprio andare, devo mandare qualcuno ad accompagnarvi all’uscita?" chiese il tizio come se volesse togliermi di mezzo il prima possibile.
"No grazie, faccio da solo," risposi io. Feci finta di uscire dalla stanza, e invece spiai dalla serratura appena dopo aver chiuso la porta. Vidi il mio interlocutore premere un pulsante ed entrare in una specie di passaggio segreto, aprii la porta e rientrai nella stanza. Premetti il pulsante e il passaggio si aprì, fortunatamente senza far rumore. Entrai in un corridoio semibuio, illuminato da fioche luci al neon , assomigliava ad un locale d’ospedale. Camminando mi guardai intorno, ai lati dentro a della gabbie erano tenuti dei Pokèmon, un Golem mi fece sussultare emettendo un urlo acuto, continuai a camminare fino ad arrivare alla fine del cunicolo, e là mi trovai di fronte ai resti di strani macchinari metallici, che assomigliavano a tante flebo che dovessero rifornire di continuo e sostenere il funzionamento di un’apparecchiatura che sembrava un’armatura bionica. Mi chiesi quale Pokèmon dovesse essere così terribile da necessitare di questi macchinari. Sentii dei passi e mi nascosi in un angolo, vidi passare una figura umana che riconobbi come il ragazzo con cui avevo parlato poco fa. Dopo che egli si fu allontanato entrai in una piccola stanza, alle cui pareti erano appoggiate scale e prodotti per la pulizia; doveva essere il locale del personale di pulizia. Uscii e vidi in fondo al corridoio una porta con la scritta in rosso "Privato". Era quello che cercavo, lì sicuramente avrei trovato abbastanza informazioni per potere proseguire la mia piccola indagine. Entrato frugai ovunque, infine notai un piccolo appunto di una ditta di trasporti, c’era una data risalente a un anno fa, e l’indirizzo di un luogo sperduto su una delle vicine montagne. Avevo visto abbastanza e subito mi tornò in mente un problema, come uscire di lì. Il mio dilemma fu risolto quando sentii delle voci: erano gli addetti alla pulizia, quando le loro voci si fecero più flebili uscii dalla stanza e cercai un nascondiglio. Lo trovai in un grosso contenitore per i rifiuti. Ach, fui subito inondato da polvere e altre schifezze, non era proprio un luogo ideale per un appostamento ma dovevo mantenere la segretezza. Sentii uno scossone. Bene, ciò significava che sarei uscito in poco tempo. Dopo pochi minuti ero nella mia auto, a riprendermi dopo aver respirato i venefici vapori della spazzatura. Ora però sapevo dove andare, l’indicazione su quella cassa mi avrebbe dato un’altra chiave per risolvere il mistero.
Partii subito, con il motore che scoppiettava e sbuffava ad ogni metro... avrei dovuto farlo revisionare, prima o poi. Il resto della strada si inerpicava su una tortuosa stradetta di montagna e i tornanti, sempre numerosi, misero a serio rischio la sensibilità del mio stomaco. Poi infine raggiunsi una piccola stazione di servizio dove il gestore, un vecchio che imprecava ogni minuto, mi chiese cosa ci facevo lì.
"Sono qui per vacanza, caro signore," risposi io tentando di mostrarmi il più affabile possibile, eppure il vecchio mi guardava come se fossi venuto da un'altra galassia, era proprio un provinciale.
"Beh, è proprietà privata, se non deve fare il pieno o riparare l’auto se ne vada!"
"Ehm, credo che un cambio d’olio potrà bastare," risposi scocciato. Guardai una cartina unta attaccata alla meno peggio sul vetro della casa del gestore, ero a pochi passi dal luogo che mi interessava però dovevo trovare una scusa per allontanarmi, così mentre il vegliardo smanettava attorno alla mia macchina pensai a una scusa efficace. Trovato!
"Io devo fare una telefonata, mi allontano un momento," il vecchio era così intento a cambiare l’olio che neanche mi rivolse lo sguardo; meglio così, non volevo avere intoppi. Mi incamminai per una stradetta che saliva tortuosamente, continuai a camminare per almeno dieci minuti, fino a quando non raggiunsi uno spiazzo erboso, sul quale c’erano le rovine sparse di qualche edificio che tempo fa doveva svettare su questi luoghi. Mi avvicinai alle macerie... doveva essere passato quasi un annetto dal fatto, le macerie però non sembravano essere state distrutte da un'esplosione normale, sembravano quasi fuse da temperature altissime scatenatesi in pochissimo tempo. Non sembravano esserci indizi ulteriori. Ma che cosa diavolo era accaduto? Neanche uno dei più potenti esplosivi, legali o acquistabili al mercato nero, avrebbe potuto causare una simile distruzione. Stavo per andarmene quando la mia attenzione fu attirata da un simbolo su una delle pietre più grandi, sembrava una grande R, che aveva un tono vicino al rosso chiaro. Io avevo già visto quel simbolo… ma dove? Non potei finire la frase quando una voce imperiosa mi ordinò da dietro:
"Fermo o sparo." Mi voltai, era il vecchio gestore della stazione che imbracciava un fucile a pompa, carico e puntato verso la mia testa. "Lei non è un semplice visitatore, lei è uno della setta, volete ancora evocare quel demone, ma io non ve lo permetterò!" Il suo viso era rovente e rosso, come la faccia di un Charizard in un altoforno, ed i sui occhi erano quelli di un invasato in preda a una crisi di follia.
"Ehi, ehi! Calma, posso spiegare se lei fosse così gentile da abbassare quel fucile," dissi io tentando di guadagnare un po’ di tempo.
"Non è vero, maledetto sacrilego! Assassino, ma non lo evocherete di nuovo, io vi fermerò!" era completamente uscito di testa, questo era evidente. Non persi tempo e mi avventai subito su di lui tentando di disarmarlo, la colluttazione fu breve e il vecchio sparò alcuni colpi in aria, poi lo immobilizzai e gli puntai il mio fidato revolver alla tempia.
"Adesso lei si calmerà e mi spiegherà cos’è questa storia dei demoni." Pochi minuti più tardi mi ritrovai in una baracca insieme al vecchio, che ancora faticava a calmarsi, quando gli mostrai poi la mia tessera di Detective abbaiò in modo violento.
"Ah, voi stranieri! Sempre a mettere il naso nei nostri affari, questa era una zona tranquilla prima che voi evocaste il demone!" Alquanto seccato sbattei un pugno sul tavolo urlandogli contro.
"Io non so nulla di queste vostre fantasie da contadini ignoranti! Si calmi! Subito!" Per un minuto restammo a fissarci negli occhi, il suo sguardo folle pian piano rientrò e con voce calma disse:
"Ah! Hai veramente del fegato ragazzo, mi ricordi mio figlio! Vuoi sapere sul demone? Vieni qui e ti dirò quello che so, vuoi un bicchiere di grappa? Di quella buona?? Non fare complimenti!"
"Sì grazie, credo che ne gradirò." Pochi minuti dopo ero seduto davanti a lui, bevendo quella sciacquatura di piatti e ascoltando una storia veramente incredibile. Il vecchio raccontò che molto tempo prima erano arrivati degli uomini vestiti di nero che avevano iniziato la costruzione di una grande struttura,dove ora sorgono le rovine. Gli abitanti avevano tentato di opporsi ma le banconote offerte da un misterioso uomo incravattato zittirono ogni dissidio. er molti anni quella struttura rimase lì, svettante sulla verde vallata delle montagne. Io capii subito che gli uomini in nero erano del Team Rocket, quella feccia era sempre organizzata troppo bene. Poi, un giorno, accadde un fatto molto strano. I lineamenti rugosi del vecchio cambiarono mutandosi in una smorfia di terrore: un giorno, quel giorno, l’enorme palazzo esplose in una abbagliante luce azzurra, e poco dopo uscì da quell’inferno quello che lui chiamava "il demone", un essere che si involò verso il cielo con la velocità di un missile lasciando dietro di sé una scia azzurra.
Il vecchio riferì i fatti con un tono profondo e inquietante, normalmente avrei pensato che tutto questo fossero solo sogni di un ubriaco ma le prove erano troppe: le rovine c’erano, e non sembrava che la fine di quella struttura fosse stata causata da una normale esplosione normale. Il mio sesto senso mi disse che mi ero imbarcato in un’avventura veramente incredibile. Dopo aver salutato l’alquanto arzillo vecchietto misi in moto la macchina e pensai a chi avrei potuto chiedere aiuto... dopo aver pensato a lungo rammentai che c’era un mio vecchio amico a Pallet che era sempre stato affascinato dalle storie senza senso e che superavano i limiti. Poche ore dopo fui a Pallet. Mi incamminai verso la casa dove abitava il mio vecchio compare e passai vicino a una casa dove un Mr. Mime in grembiule stava facendo le faccende di casa: sapevo che c’era gente che usava i Pokèmon per gli scopi più disparati, ma questa era veramente un grande idiozia. Stavo per passare avanti quando dalla casa uscì un ragazzo con un berretto della Lega inseguito, da una ragazza coi capelli rossi che si scontrò con me. Dopo essersi scusata la ragazza continuò nel suo intento. Gioventù bruciata, fu il mio unico commento. Continuai a camminare tra me e me per la lunga strada che portava vicino al laboratorio del famoso Prof. Oak.
Quando arrivai davanti alla casa del mio amico suonai e mi rispose dal citofono una fredda voce metallica:
"Identificatevi o apriremo il fuoco." Il vecchio Hans (questo era il suo nome) aveva sempre avuto una passione per i film di fantascienza e il citofono rifletteva perfettamente questa sue passione. "Sono il tuo vecchio amico Kato (Kato era il mio soprannome), fammi entrare..." Dopo pochi minuti la serratura del cancello si sbloccò con un sordo suono e io entrai nel giardino dove erano accatastate montagne di ciarpame metallico, testimoni della sua vecchia mania di voler costruire razzi per andare nello spazio. Non feci in tempo ad avvicinarmi alla porta che subito si spalancò e da essa uscirono le corpulente braccia di Hans che mi stritolarono il petto.
"Vecchio amico mio!! Sono secoli che non ci si vede , come mai porti la tua vecchia carcassa da queste parti?” Disse con voce squillante.
"Ehm, veramente ho bisogno del tuo aiuto."
"Nessun problema, Kato, vieni dentro e spiegami la situazione."
Spiegai a lungo il caso, e Hans mi fissava con occhi vivaci e curiosi , guizzando quando il racconto finiva su una parte poco comprensibile o illogica.
"Bene... ho giusto quello che fa per te, vieni!" Erano secoli che non andavo in casa di Hans... molto tempo fa, quando tentai all’accademia, lui era già un importante tecnico informatico, famoso per aver inventato un modo per potere trasportare grandi quantità di dati su supporti molto piccoli, e per aver tentato di perfezionare i modelli di Pokèdex già esistenti. L’idea del Pokèdex era buona ma il Prof. Westwood, il programmatore dell’ultima versione di Pokèdex, si oppose con tutte le forze all’idea, e così il povero Hans dovette ritirarsi dal progetto. Ma Hans non si era mai perso d’ animo , e anche ora stava lavorando a nuovi progetti. Era sempre stato ciò che avrei voluto essere io: una persona che usava la propria fantasia per migliorare il mondo. Entrammo nella grande stanza computer che il mio amico utlizzava, una delle sale informatiche più bizzarre del pianeta, e sulle cui pareti si trovavano le locandine di film vecchissimi come "il Clefairy venuto dall’infinito" o "Charmander chiama Terra", due filmoni fantascientifici creati sulla teoria che i Pokèmon fossero venuti dallo spazio. Hans accese il suo enorme computer; la luce calò in casa e si connettè alla rete telematica.
"Vediamo cosa riusciamo a trovare, amico mio," disse con tono fiducioso . Dopo una ricerca di ore (mi addormentai sulla sedia) Hans mi svegliò con un sonoro "eureka!" Guardai lo schermo, era un documento della rete telematica del simposio di Kanto, e parlava delle ricerche genetiche dell’equipe su cui stavo indagando.
"Sì, molto istruttivo, Hans... ma mi servono nomi... possibilmente locazioni," dissi.
"Nessun problema!" disse Hans, che in pochi tocchi di tastiera mi stampò un intero resoconto sugli spostamenti della squadra. Lo presi: lessi febbrilmente le poche righe finali sperando di trovare un traccia... e la trovai, "New Island". Un nome solenne che incuteva incomprensibilmente timore: ora avevo una traccia, ma non potevo continuare a sfruttare Hans... questi erano documenti Top secret, e se le autorità avessero scoperto il mio amico, lui avrebbe si sicuro passato dei grossi guai.
"Grazie Hans."
"Dovere," rispose lui. Uscimmo dalla casa, la brezza quasi estiva cullava dolcemente gli alberi. "E' proprio un bel mondo vero amico mio?" disse Hans con voce solenne.
"Sì, a parte qualche volta. Credo comunque che in qualche luogo... forse in un'altra dimensione... le cose vadano molto peggio!" risposi. Ci guardammo, e scoppiammo a ridere: non eravamo mai stati dei grandi filosofi. Salutai Hans, che tornò nel suo antro informatico, e mi misi a pensare su come avrei continuato la mia indagine. Pensai a lungo... quando, guardando per caso un depliant pubblicitario, mi rivenne in mente un particolare della mia visita alla palestra di Giovanni: il quadro! Il collaboratore di Giovanni aveva detto che l’aveva trovato sulla costa. Evidentemente doveva esserci una connessione tra questa misteriosa >New Island" ed il quadro.
Ripartii immediatamente, infilandomi nella via principale di Pallet. Il cielo si rannuvolò e le nuvole nere e minacciose mi fecero tornare alla mente un altro episodio misterioso, quello di quando il tempo atmosferico impazzì totalmente e si mise a nevicare in piena estate, e di quando tantissimi Pokèmon si diressero verso le isole Orange: non c’è che dire, è veramente un mondo bizzarro. Era estate, e girando per le strade della costa si potevano vedere moltissime persone: ragazze in costume che andavano alla spiaggia , bambini che giocavano a rincorrersi , genitori apprensivi, allenatori e allenatrici che, con la scusa di fare nuotare i propri Pokèmon d’acqua, si concedevano una giornata di vacanza. E naturalmente il caldo: un caldo veramente torrido. Invidiavo tutta questa gente che andava a godersi un po’ di frescura, io invece ero costretto a girare per le stradine con la mia vecchia Betsy (il nome della mia auto) che tra l’altro era senza condizionatore. Dopo aver rischiato di morire disidratato per il troppo sudore mi fermai: era un suicidio continuare per queste vie tortuose . Vidi un bar e mi ci avvicinai, ordinai un’aranciata e poi mi volsi verso il mare. Guardando il popolo dei bagnanti godersi questo giorno d’estate... Un momento, pensai. Devo continuare il mio lavoro. Così cominciai a chiedere a tutti i presenti dove fosse (se esisteva) questa "New Island". Le uniche, deludenti risposte furono "mai sentita nominare", "è un nuovo posto di villeggiatura?", "si può pescare là?". Evidentemente questa gente non sapeva nulla, stavo per andarmene quando una voce mi fermò:
"Io so dov’è New Island," disse la voce in tono pacato. Mi voltai: la voce apparteneva a una donna coi capelli blu che parlava con uno strano accento. "Volete avere informazioni? Bene, seguitemi," intimò lei. La seguii fuori dal locale su una piccola scogliera, lontana dalla spiaggia.
"Molto bene signora, lei è in grado di darmi le informazioni che cerco?"
"Sì, ma prima voglio sapere perché lei cerca New Island." Ero in stallo; non potevo certo dirgli la verità, ma in effetti un tipo che cerca così disperatamente un’isola non può non risultare sospetto.
"Tempo fa ero in gita sul mare e credo di avere perso un oggetto a cui tengo molto vicino a lì." Era la scusa più idiota che potessi inventare, ma fortunatamente e sorprendentemente la donna abboccò. Cominciò il racconto, era passato un po’ di tempo da quando aveva sentito parlare di quest'isola: precisamente, ne sentì parlare un notte in cui il mare era in tempesta e alcuni allenatori volevano raggiungerla nonostante il traghetto fosse in panne. Alla fine tutti gli allenatori erano rimasti al centro Pokèmon, ma la tempesta cessò improvvisamente. Mi raccontò anche di una vecchia leggenda su un diluvio avvenuto millenni prima della nostra epoca, quando molti Pokèmon si estinsero e sparirono anche Pokèmon molto rari come i Mew. La parola Mew fu di interesse maggiore , poiché proprio da questo Pokèmon evidentemente era nato tutto il caso. Tutto il resto non era di mio interesse. Piuttosto chiesi dov’era New Island. Lei mi indicò una terra all’orizzonte e mi disse che avrebbe parlato con un suo vecchio amico marinaio, che mi avrebbe portato sull’isola domattina alle quattro in punto. Nonostante l’orario mi sembrasse eccessivo, accettai. E feci male, poiché per gran parte della notte non dormii, dentro alla cameretta d’albergo che avevo preso c’era un caldo tremendo e inoltre continuavo a chiedermi ciò che avrei trovato sull’isola, l’indomani. Verso le quattro c’era ancora buio; il molo, completamente deserto, era irrealmente silenzioso: totalmente diverso da quando era invaso da centinaia di turisti chiassosi. Il molo era il 38: avanzai un po’ nella prima, fresca nebbiolina mattutina, trovando finalmente refrigerio dopo la grande calura della notte. Avvicinandomi al luogo dell’appuntamento vidi il marinaio, era un uomo anziano ma piuttosto robusto, temprato dalla vita in mare, fumava una vecchia e consunta pipa guardando le onde con sguardo perso e nostalgico. Mi feci avanti:
"Mi scusi, lei è il capitano del ==Gold Magikarp???" chiesi con voce sommessa. Il vecchio si alzò mostrando un viso provato; era evidente che doveva aver pianto. "C’è qualcosa che non va, signore?" chiesi in tono cortese.
"Niente, ragazzo, stavo solo ricordando i vecchi tempi , sa come siamo noi vecchi."
"oh non si preoccupi," risposi.
"Salga pure a bordo," disse il vecchio capitano con voce paterna. Salii sulla nave mentre il capitano scioglieva gli ormeggi e aprii la porticina di sottocoperta. Davanti a me si presentò uno spettacolo veramente incredibile: dietro alla porta c’era infatti un letto spartano, e vicino tantissime mensole piene di oggetti particolari, presi durante chissà quali avventure nel mondo.
Mi soffermai a guardare una statuetta con uno strano Pokèmon raffigurato sopra e, più in basso, una fotografia di famiglia in cui era stata fermato un momento di felicità del vecchio marinaio. Il Capitano scese e guardandomi assorto nel fissare quei due oggetti mi disse.
"Ah, è interessato vero? Quella statua è la statua di Lugia: il dio del mare e custode delle acque, noi naviganti la teniamo sempre con noi per protezione dalle tempeste. E Lugia è veramente possente, una volta lo vidi mentre lottava contro gli altri tre titani: Zapdos, Articuno e Moltres. Io ero là mentre l’apocalisse infuriava sul mondo, ero là con la mia barca: era uno spettacolo che lasciava il segno." Fece un breve respiro e poi continuò: "Mentre quella è una foto di molti anni fa: quello sono io con mia moglie e mio figlio... erano veramente bei tempi... poi però quel dannato giorno mio figlio decise di uscire con la sua barca nonostante fosse la stagione di caccia dei Gyarados: è finito in mezzo a un branco infuriato e... beh, non vi dico in che stato l’abbiamo ritrovato: mia moglie ci morì di crepacuore pochi mesi dopo, e così sono rimasto solo io a tirare avanti... mille volte ho pensato di mollare, ma poi ho capito che solo questo lavoro può farmi stare vicino al mare che mio figlio tanto amava." Si coprì il volto e lo sentii singhiozzare: era una scena veramente commovente, non so perché il vecchio avesse deciso di confidarmi questa cosa, probabilmente cercava qualcuno con cui potersi sfogare.
Il capitano risollevò il volto segnato dalle lacrime e salì sul ponte: accese il motore della barca e partì con forza verso il largo. Non posso negare di aver avuto il mal di mare durante la traversata, le frequenti onde che colpivano la barca nonostante il tempo sereno misero a dura prova il mio stomaco. Ogni tanto mi volgevo a guardare il vecchio capitano mentre guidava la nave: era attento e... beh, possente, i suoi occhi scrutavano ogni angolo del mare in cerca di possibili pericoli per poi poterli evitare e continuare a navigare verso la meta. Passò un oretta e poi la vidi: New Island era prevalentemente rocciosa e brulla, cosa che poteva impedire la scalata, ma al di sopra si poteva intravedere un ampio spiazzo erboso. Il Capitano accostò la nave verso la riva e poi disse:
"D’ora in poi dovrà salire da solo, io resterò qui ad aspettarla."
"Va bene, non ci metterò molto," risposi. E invece ci misi molto più tempo del previsto, arrampicarsi su quelle rocce era una vera impresa; più volte mi sbucciai o rischiai di cadere in mezzo alle vorticose acque sottostanti, ma la curiosità era troppo grande: chissà cosa avrei trovato su quello spiazzo ampio. Quando però, arrivato all’ ultimo sforzo, sollevai la testa per guardare ciò che era celato lassù, mi venne un colpo. Niente, nulla. Non potevo credere ai miei occhi, sull’isola non c’era altro che un enorme spazio erboso, senza rovine o tracce di insediamenti umani. Una natura completamente vergine. Com’era possibile? Anche se qualcuno avesse voluto fare sparire tutto qualche traccia sarebbe rimasta. Eppure questa era New Island, perchè non c’era nulla? Mi sedetti , amareggiato e infuriato: tutta questa fatica per niente, non avevo più alcun indizio da seguire. Cominciai a calciare rabbiosamente il terreno Chiedendomi continuamente perché, perché. Calciai ancora una volta il terreno e improvvisamente sentii un rumore metallico, mi fermai e guardai: era una lattina di aranciata arrugginita e consunta, e più in là i resti di un bivacco. Cominciai a frugare febbrilmente in mezzo ai resti. Trovai un sacco di tappi di bottiglia, contenitori di creme solari e molto altro: dovevano esserci stati dei turisti. Stavo osservando un tappo di Fuzz Cola alquanto raro quando l’occhio mi cadde su un piccolo libro. Lo aprii: c'era scritto con una calligrafia pessima "diario di James". Lessi, saltai quella pagina iniziale e sfogliai il libretto fino all’ultima pagina. Nell’ ultima riga era scritto con caratteri rossi:


Non sappiamo perché io, Jessie e Meowth ci siamo ritrovati sui quest'isola e francamente non me ne importa visto che così potremo prenderci qualche vacanza dal nostro lavoro di uomini del Team Rocket.

Mi fermai... era incredibile che degli uomini del Team Rocket fossero così stupidi da lasciare in giro i loro diari pieni di importanti annotazioni, dopo aver pensato che questo James fosse un vero idiota continuai a leggere.

In fondo il nostro capo Giovanni non potrà mai scoprirci! Resteremo qui per un po’ di tempo! Così io potrò riordinare i miei tappi di bottiglia!

Non era vero... Giovanni era veramente il capo del Team Rocket, e nonostante moltissimi detective, poliziotti, politici ed altro avessero fatto moltissima fatica a cercare di provarlo, io per caso avevo scoperto tutto! Non sapevo chi fossero questi Jessie, James e Meowth, ma la loro idiozia aveva aiutato la mia indagine, li ringraziai indirettamente e tornai velocemente alla nave del vecchio capitano. In un’oretta ritornammo, al molo, salutai il vecchio capitano e gli diedi qualcosa per ringraziarlo del servizio, ma lui disse che il denaro non serviva più, lui viveva aiutando gli altri per quel poco che gli rimaneva da vivere. Lo ringraziai e corsi subito all’auto: destinazione Viridian City. Arrivai a Viridian in pochissimo tempo, imboccando le strade giuste, e dopo aver parcheggiato mi diressi con forza alla palestra. Le guardie mi videro mi intimarono di fermarmi, ma io dovevo vedere Giovanni, così con quattro rapidi destri le stesi. Subito entrato mi si presentò davanti il ragazzo che mi aveva parlato durante la mia scorsa visita e bruscamente mi fermò dicendomi:
"Ma è impazzito? Come si permette di entrare qui comportandosi come un selvaggio? Se ne vada o chiamo le guardie!" Avrei voluto spezzargli il naso... quel bastardo lavorava per il Team Rocket , e osava darmi del criminale.
"Senta, non ho tempo da perdere con lei e i suoi tirapiedi... mi faccia vedere Giovanni, subito!” Dissi io con tono forte. Il ragazzo, quasi spaventato dalla mia reazione, mi disse di seguirlo. Così mi portò nell’ufficio di Giovani e, dopo avermi annunciato, si ritirò. Entrai, l’aria era appestata da un puzzo si sigaro insopportabile... e più in là... lo vidi. Il suo viso era nascosto nella penombra, ma potevo facilmente vedere i suo rapaci occhi che mi fissavano. Sulle sue ginocchia stava il suo famoso Persian: le mani del Boss lo accarezzavano e lui, per tutta risposta, faceva le fusa. Non si potevano scordare quegli occhi, quelli di Giovanni e del Persian erano identici: penetranti, freddi e inquietanti come lame di ghiaccio. A un certo punto mi sembrò di non riuscire più a mantenere la mia copertura, ma restai calmo e cercai di comportarmi il più disinvoltamente possibile. Ad un tratto dall’oscurità Giovanni cominciò a parlare con tono calmo e profondo:
"Signor Render, credo che lei abbia delle questioni molto urgenti per entrare in modo così poco ortodosso nella mia palestra. Sono sicuro che ora vorrà avere la cortesia di spiegare questa sua fretta e irruenza." Avevo preparato il mio discorso già da tempo, ma era molto difficile rimanere calmo, quell’uomo aveva qualcosa di oscuro... più nero dell’oscurità che lo circondava.
"Mi perdoni, signor Giovanni, visto che sa già il mio nome mi spiegherò subito. Si ricorda di quando aveva finanziato quelle ricerche sulla clonazione?" Gli occhi di Giovanni si fecero penetranti come lame affilate che tagliavano acciaio.
"Sì, ricordo perfettamente, e allora?" rispose lui evidentemente seccato.
"Ebbene, il capo dell’equipe era un mio vecchio amico, gli avevo prestato molto denaro per le apparecchiature mediche che usava nei laboratori e... beh, saprà meglio di me che è misteriosamente scomparso tempo fa; io ero per affari a Johto, e quando sono tornato qui a Kanto mi sono messo a cercarlo e tutti mi hanno detto di rivolgersi a lei." Giovanni si alzò dalla sedia e uscì dall’ombra: finalmente vidi il suo viso alla luce, e l’effetto fu veramente inquietante, sembrava sprizzare falsità e malvagità da tutti i pori.
"E' da molto tempo, mister Render, che non ho più notizie di lui, l’ultima volta che lo sentii stava conducendo i suoi esperimenti in un laboratorio fuori città. Comunque mi sembra strano che ora salti fuori lei, non mi aveva mai detto di avere avuto un finanziatore prima di me."
"E' vero, signor Giovanni. Ma lui era un tipo molto riservato e poi non erano altro che apparecchiature, sa qual'era il suo grande sogno... clonare un Mew," dissi. Appena sentì la parola "Mew" negli occhi di Giovanni balenò una luce mista tra orrore e rabbia cieca, era il momento giusto per colpire. “A proposito, l’ultima volta che lo avevo sentito mi aveva detto che lei stava ponendo delle strane condizioni sul finanziamento." In realtà non apevo se questo fosse vero, ma la reazione di Giovanni trasformò un semplice sospetto in certezza: dovevo continuare a provocarlo fino a quando lui non si fosse smascherato. "Sempre a proposito, io seguo molto gli incontri di Pokèmon... e ho sentito per caso che durante un certo periodo molti allenatori che avevano combattuto con lei in questa palestra hanno perso uno dietro l’altro."
"Ma che cosa sta dicendo? Per forza! Io sono l'ultimo capopalestra prima della Lega! Non è così tanto semplice battermi! Che razza di insinuazioni sta facendo?" rispose gridando, stava perdendo la pazienza... quello che volevo.
"Sì, è vero... ma tutte queste vittorie sono molto sospette. Non è che lei stava per caso barando? Sa, girano delle voci strane sul suo conto che..."
"Basta! Non voglio più sentire simili insinuazioni! Se ne vada! Subito!!!" urlò interrompendomi. “Sota!” urlò prendendo l’ interfono in mano. "Accompagni fuori mister Render!” La porta si aprì e spuntò sempre il solito ragazzo che mi fece cenno di seguirlo mentre Giovanni, furente, si sedeva di nuovo sulla sua poltrona. Appena la porta fu richiusa il ragazzo mi guardò storto e mi intimò di seguirlo; ma era troppo tardi, era il momento di fare sul serio. Quando si girò lo colpii con forza sul capo facendolo svenire, poi mi misi a origliare l’ufficio di Giovanni. Sentii la voce del Boss mentre discuteva al telefono:
"Hai capito bene? Qualcuno si è troppo interessato a questa storia: fai sparire immediatamente il materiale nella cartella 45! Sì, sì idiota! Quella nello schedario della stanza 03!" Stanza 03. Mi diressi velocemente nel corridoio tra le varie stanze, fino ad arrivare nella famigerata stanza 03. Entrai e richiusi con la serratura. Mi misi a rovistare tutto il cartame in cerca della cartella 45... e la trovai. La aprii con fretta febbrile e sul tavolinetto caddero un fascicolo ed una videocassetta. Cominciai a leggere il fascicolo: e cominciai a capire quanto era grosso il mio caso. Gli scienziati stavano conducendo da anni esperimenti per clonare un Mew vivente... ma Giovanni li costrinse a creare un clone ancora più potente. Guardai varie foto... e mi trattenei dal vomitare... erano le foto degli esperimenti falliti , tantissime foto di creature orribilmente deformate chiuse in delle capsule piene di una specie di liquido, e poi un‘enorme foto del macchinario con cui gli scienziati avevano creato il tutto... non si capiva cosa fosse, era gigantesca e sembrava uscita dai peggiori film di fantascienza. Continuai a leggere nonostante ciò mi facesse molto senso. E tutto combaciava: la foto che avevo trovato nella casa del professore era di un antico tempio dove pare l’equipe avesse trovato un fossile di Mew da cui, poi, aveva estratto il DNA con cui iniziare gli esperimenti. Fogli su fogli di scritte e di appunti strani, perlopiù contenenti strane formule chimiche che non riuscivo a comprendere... e poi alcuni fogli contenenti degli appunti che sembravano interessanti.

Abbiamo cercato per anni la chiave per ottenere il dominio sulla vita... e ora finalmente la sorte comincia ad esserci propizia: l’ultima cavia sta rispondendo bene alla crescita nel liquido amniotico, spero che non sia un altro abbaglio... abbiamo già speso molto denaro e Giovanni comincia a spazientirsi... no!! Andrà bene poiché se dovessimo fallire anche stavolta non avremmo più alcuna possibilità!

Finalmente... sì sì!!! Ci siamo riusciti! Abbiamo speso tantissimo tempo e denaro... tutte le altre cavie sono morte ma alla fine questa ultima è qui... è viva!! Aaah, è magnifica, la prova che l’ingegno umano può vincere tutto è qui... davanti ai miei occhi! Certe volte resto a fissarla... e alcune volte sembra che apra gli occhi o capisca quello che dico o penso! Questa volta il mio lavoro mi farà diventare famoso!

Era incredibile come si eccitassero all’idea dello scempio che stavano facendo, le pagine seguenti continuavano sempre con gli stessi toni... erano sempre degli elogi all’ingegno umano o apprezzamenti sulla cavia... poi però le ultime righe cominciarono a cambiare registro. le lessi.

Io e i miei colleghi ormai non dormiamo più la notte... le apparecchiature registrano delle onde cerebrali! La creatura è viva, e sta pensando! Abbiamo usato nuove tecniche per incrementare i suoi poteri psichici, è il Pokémon più potente della terra! Un vero peccato che debba finire asservito a quel cretino di Giovanni, con un simile Pokémon sarà imbattibile, penserà solo a usarlo per combattere. Ma non importa... appena possibile continueremo i test.. se andranno bene si aprirà un nuovo futuro, potremo clonare e potenziare tantissimi altri Pokémon! Spero solo che Giovanni non si monti troppo la testa quando avrà la sua arma biologica tra le mani.

Pazzesco! Giovanni... era stato lui a pensare a tutto, voleva ottenere una grandissima arma biologica! E chissà cosa avrebbe fatto quel pazzo con un simile potere, era un pensiero che faceva sudare. Poi... presi in mano una foto con una piccola nota:

Ecco, ho scattato la foto alla nostra creatura! E' splendida, abbiamo pensato di chiamarla Mewtwo!

Guardai la foto... e mi venne un brivido freddo. Era dentro a quelle strane capsule con il liquido, ed era incredibile... non avevo mai visto un simile essere prima d’ora , era bianco con una coda viola, ed era rannicchiato in una posizione che, nonostante fosse dovuta al poco spazio, era molto ieratica. Mi fermai un attimo, e riflettei. Che cose incredibili! E dire che tempo fa pensavo che la scienza fosse qualcosa di benigno, e invece guarda cosa hanno fatto questi scienziati per creare quella creatura. Presi in mano la videocassetta e la inserii in una consolle presente nella sala: il video partì. E sentii la voce di quello che doveva essere il capo della equipe... era una voce terrorizzata, la creatura che avevano creato si era ribellata contro di loro e li stava sterminando, distruggendo il laboratorio, alla fine la voce disse una frase che mi rimase impressa:
"Sognavo di creare il Pokémon più forte del mondo... e alla fine ce l’ ho fatta." Poi vidi la stessa creatura... questa volta era nella palestra di Giovanni e stava affrontando un Onix... rimasi allibito: sotto la maschera i suo occhi si illuminarono e senza neanche toccarlo fece volare via come una fuscello il gigantesco Pokémon, e poi sconfisse con facilità anche un Magneton e un Alakazam. Poi il video mostrò una prateria e sullo schermo apparve Mewtwo, che senza muovere un dito sconfisse un intera mandria di Tauros. Il video si interruppe, ero sconvolto: come poteva esistere un Pokèmon di tale potenza? Con una simile creatura si poteva conquistare il mondo in pochi giorni! Nessun Pokèmon e nemmeno un intero esercito potevano competere con una simile furia... ma allora era stata questa creatura a causare la morte degli scienziati e probabilmente il "demone" di cui il vecchio della montagna parlava era proprio lui: Mewtwo. Improvvisamente oltre la porta si cominciarono a udire delle voci e rumori di qualcuno che tentava di aprire la porta. Spensi tutto e mi misi in silenzio ad aspettare. Con un fragore la porta venne sfondata... entrarono due uomini in nero... che io riconobbi subito come due Rocket. Allora era vero, Giovanni era il capo del Team Rocket. I due imbracciavano dei fucili mitragliatori, e cominciarono a rovistare in giro dicendo: "Dov’è andato quel dannato?" Parlavano di me, evidentemente quello che avevo colpito prima era rinvenuto. Mi mossi verso la porta ma i Rocket mi videro e iniziarono a sparare: colpirono la porta e gli scaffali ma io riuscii a uscire. Cominciai a correre nel corridoio con i due che imprecavano e sparavano. Alla fine però mi ritrovai in un vicolo cieco, c’era solo una finestra, non avevo scelta... dovevo saltare. I due mi raggiunsero e stavano per premere il grilletto quando io estrassi il revolver e esplosi due colpi: uno colpì un Rocket al braccio mentre il secondo raggiunse l’altro in piena fronte. Saltai fuori dalla finestra e, dopo essermi ripreso raggiunsi la macchina e partii a massima velocità.
Passarono due giorni in cui rimasi ben chiuso in casa, poi feci i bagagli e partii. Dovevo sparire da Kanto e quindi raggiunsi Amarantopoli, dove c'erano alcun amici che mi avrebbero ospitato. Al tramonto, sulla cima della copia della torre di Latta cominciai a pensare a tutta la mia avventura. Giovanni non mi avrebbe cercato per non sporcarsi le mani , anche perché il materiale era rimasto nella sua palestra. E poi sapeva che anche se avessi spifferato che lui era capo del Team Rocket i suoi avvocati l’avrebbero ancora una volta salvato. Chiusi il caso dicendo alla mia cliente che l’equipe era "morta per una esplosione di origine ignota". Mi dispiaceva soprattutto per quella ragazza che non avrebbe mai saputo la verità su suo padre, ma era meglio così... suo padre e i suoi compagni erano stati dei mostri, avevano pasticciato con la natura creando abominii per il semplice desiderio di fama. E alla fine la loro stessa follia gli si era ritorta contro, uccidendoli.


Ora, per quanto mi riguarda il caso è chiuso.. ma mi chiedo anche dove possa essere ora questa misteriosa creatura... se è ancora un pericolo per tutti oppure no. Quella gente ha scherzato con i suoi sentimenti per troppo tempo: prima gli scienziati che l’hanno usato come cavia nonostante fosse un essere vivente... e poi Giovanni, che lo riteneva solo uno strumento per aumentare il suo potere. Queste verità nascoste, rimarranno nascoste ancora per molto... e ora che i documenti sono stati distrutti questo sarà un segreto che solo quell’essere porterà dentro di sé, per sempre.

DEDICATO A TUTTI I POKèFAN DEL MONDO
Scritto per una riflessione sul tema della genetica
XARI

Fine
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Note: Questo racconto si basa sulla storia del film "Mewtwo contro Mew" (Mewtwo Strikes Back), si consiglia quindi la visione per comprendere al meglio il contenuto della storia.
La storia contiene anche sporadici riferimenti al secondo film, “Pokèmon la forza di Uno” (Pokèmon the movie 2000).